qualità della vita?

April 9th, 2009 by claudio

Dal Trentino di oggi:

TRENTO. La qualità della vita di Trento è tra le più alte in Europa. Lo dice l’indagine Urban Audit che mette a confronto 80 città europee tra gli 80 mila e i 150 mila abitanti. Trento è ai primi posti in quanto a crescita della popolazione, mentre vanta uno dei tassi di disoccupazione più bassi. Molto bene la sicurezza, con un tasso di crimini molto più basso che nel resto d’Europa. Maluccio, invece, per quanto riguarda il numero di posti letto negli ospedali e i libri prestati dalle biblioteche.

Come si misura la qualità della vita? Qui un’idea degli indicatori utilizzati a definire gli aspetti. I dati di Trento che ho trovato si riferiscono al 2004, saranno gli stessi di cui parla il trentino?

Poi segnalo questa conferenza, sempre dell’establishment urban audit, a giugno 2008.

Qui invece trovate persone che avrebbero qualcosa a ridire rispetto agli indicatori adottati.

Trentino Bastardo

March 20th, 2009 by penelope

Il successo mediatico dei Bastard Sons of Dioniso fa affiorare alcune tematiche calde della vita trentina: la questione del rumore, i locali “fracassoni”, gli studenti. Le cronache parlano del concerto dei Bastard a Borgo Valsugana descrivendo scene di famiglie felici, adolescenti con i genitori, nonni, bambini. Una sorta di restyling intergenerazionale del fenomeno musicale ribelle, che esce dal silenzio cui è stato relegato dal solerte cittadino per entrare a pieno titolo tra i prodotti della trentinità.
Un interessante commento di Leonardo Pontalti (L’Adige, 20/3/2009, pag. 55) ci offre diversi spunti di riflessione:

La città e i giovani.
Pazzi per i “Bastard”, ma un po’ ipocriti

Tutti pazzi per i Bastard. Con un filo di ipocrisia. Perché rischiano di essere dei sopravvissuti, di trasformarsi in naufraghi su in isolotto (dei famosi, of course) accerchiato da un mare che vorrebbe spazzar via tutti quegli ambienti in cui i Bastard sono cresciuti. I ragazzi che stanno facendo innamorare mezza Italia, che stanno portando il Trentino nelle case di tutto il Paese, sono nati e cresciuti (al pari di tutte le band nostrane, piccole o grandi che siano) in quei locali pubblici cui in città si vuol dare tanto filo da torcere. È sempre più dura per i gestori proporre musica live, ed è sempre più triste leggere comunicati come quelli dell’amministrazione comunale (l’ultimo datato 17 marzo) che in toni trionfalistici informa dei controlli della polizia municipale contro i locali che «sgarrano». Elencando sanzioni comminate per eccessivi volumi (musicali) e orari d’apertura prolungati in toni fieri, manco i vigili avessero sgominato una banda di feroci malavitosi ed esultassero a mo’ di «Ultimo» dopo la cattura di Totò Riina.
È triste che una città che si vuole definire universitaria non tenga conto delle esigenze dei giovani. È triste sentire parlare per anni di una città «morta», e poi vedere che chi cerca di ravvivarla prende legnate nei denti. Certo, le regole sono fatte per essere rispettate (benissimo il pugno duro contro chi schiamazza senza motivo, o scambia i marciapiedi per vespasiani), ma la nuda norma, se non condita dal buonsenso, a volte fa più danni che altro. Tanti locali proponevano, negli anni scorsi, musica dal vivo. Ora si contano sulle dita di una mano, almeno in città. E andrà sempre peggio se i tutori dell’ordine, allertati da vicini dall’orecchio delicato, daranno sempre ragione a questi ultimi. Senza magari limitarsi a chiedere ai gestori di abbassare il volume, e andarsene con un sorriso. Senza suonare al campanello del solerte cittadino e chiedergli di portare un po’ di pazienza. Cittadino magari che vive anche dei soldi degli affitti degli studenti universitari, ma non tollera che la sua fonte di reddito possa anche divertirsi e ascoltare buona musica. Che di questo passo, rischia di diventare roba sempre più rara. E i Bastard rimarranno nella storia, sì, ma come ultimo canto del cigno di una razza ormai estinta.

Il commento mette in evidenza alcune contraddizioni dell’offerta culturale trentina. In altre parole, cos’è che distingue la musica dal rumore da sanzionare? Come giudicare il valore di una performance musicale? Parliamo di musica o di mito della trentinità? In che modo tali aspetti entrano in relazione? Per chi e per che cosa è fatta la città?
Ragazzi che hanno iniziato ad esibirsi al centro sociale o in quei locali che faticosamente cercano di proporre musica dal vivo e che vengono puntualmente sanzionati ora vengono lodati quali attori cruciali della cultura trentina capaci di ‘esportare’ la trentinità e di dare notorietà a questo territorio. In altre parole il successo  – tributato loro da altri e al di fuori della regione -  fa dimenticare a molti che i luoghi di formazione di sperimentazione sono stati proprio quelli che l’amministrazione cerca di chiudere, per istituzionalizzarli nella forma edulcorata e controllata della ‘factory’ (cfr. Corriere del trentino , 21 marzo 2009, p. 7)

Attraverso i ‘Bastard’ l’austera e operosa comunità trentina rivive un’improvvisa e spensierata giovinezza. Si parla così di chi trascorre la notte in tenda a Borgo Valsugana e di chi “bigia” la scuola per accaparrarsi il biglietto. Non per sollevare questioni legate al disagio giovanile ma per riassaporare il fascino a lungo sopito della trasgressione. I Bastard “spaccano”! Lo sguardo adulto chiude un occhio, è complice con i suoi figli, fiero di loro. Il sentimento di comunità prevale sui decibel: per i cittadini dall’orecchio sensibile quello dei Bastard è un rumore che suona meglio rispetto a quello estemporaneo di un artista di strada o di un concerto nei locali. Un rumore sano, made in Trentino che entra nelle nostre case attraverso la televisione, e viene reso più familiare, domestico.

Eppure, l’ondata di vitalità proviene da dei figli che si definiscono bastardi: di dubbie origini, e per giunta dionisiache. In che senso il dionisiaco si lega allo spirito comunitario che l’evento di Borgo ha suscitato? Tutto ciò pone diversi problemi di identità: sembra che l’anima pop dei Bastard Sons of Dioniso contraddica profondamente il classico brand trentino, e produca un cortocircuito tra ciò che è rumoroso e ciò che appartiene alla tradizione , obbligandoci a fare i conti con il dato per scontato del nostro vissuto. Che il successo dei Bastard Sons of Dioniso, lungi dall’essere canto del cigno, possa invece offrire l’occasione per rieducarci all’ascolto e ripensare la nostra identità che cambia?

Dolomiti e Unesco

March 2nd, 2009 by francesco

Dal Corriere della Sera, 1/3/2009:

Cortina Patto tra Belluno, Trento, Bolzano, Pordenone e Udine

La sfida delle vette : «Le Dolomiti saranno protette dall’Unesco»

Mobilitate 5 province, verdetto a giugno

DAL NOSTRO INVIATO
CORTINA D’AMPEZZO (Belluno) — Se ne parla dagli anni ’90, ma questa dovrebbe essere la volta buona: le Dolomiti stanno per entrare nel gotha dei patrimoni mondiali, firmati Unesco. La decisione finale verrà presa dalla Commissione ad hoc, in giugno, a Siviglia. Ma gli ispettori Iucn (International Union for Conservation of Nature) hanno già valutato positivamente la candidatura, che, apportati i correttivi richiesti (9 siti di eccezionale bellezza naturale ed eccezionale valore geomorfologico, rispetto ai 13 presentati in precedenza), risponde finalmente ai criteri indicati. Dunque, nelle valli alpine del Nordest c’è ottimismo. Fatto sta che, ieri, a Cortina — la località più famosa delle Dolomiti — si sono riuniti i rappresentanti delle cinque province interessate (Belluno, Bolzano, Pordenone, Trento, Udine) per fare il punto sull’iter della candidatura, e sulla gestione del «valore aggiunto» che otterrebbe il territorio attraverso il marchio di Patrimonio naturale dell’umanità.

«Le statistiche dicono che i siti Unesco portano automaticamente il 30 per cento di turismo in più», avverte Sergio Reolon, presidente della Provincia di Belluno, che ha assunto il ruolo di coordinamento. Questo è il punto più delicato. Dai discorsi pronunciati in pubblico, nell’Alexander Girardi Hall, gremita, la questione business come opportunità/rischio viene trattata con accenti diversi. Tuttavia, bisognerà arrivare al traguardo per verificare se le nobili intenzioni (crescita culturale, tutela dell’ambiente, turismo compatibile), l’annunciata green economy del futuro, reggeranno alla prova della realtà. Se la politica del «blocco delle seconde case» sbandierata come fiore all’occhiello del Trentino dall’assessore al Paesaggio, Mauro Gilmozzi, sarà motivo d’ispirazione per l’area dolomitica doc. Del resto, gli ambientalisti, guidati da Mountain Wilderness (la prima associazione che propose la candidatura Unesco), sono in stato d’allerta.

Il portavoce Luigi Casanova avrebbe preferito per le Dolomiti il riconoscimento «culturale», invece che «ambientale». «Diversamente — spiega — vengono salvaguardate le cime, ma i vincoli non toccano le vallate e i paesi nel loro contesto storico-sociale». Per inciso, se la pratica si concluderà positivamente, quello dolomitico, dopo le Eolie, sarebbe il secondo sito italiano Unesco con l’imprimatur per le bellezze della natura. Mentre, alla voce cultura, il nostro Paese annovera 44 siti. Ai timori di Mountain Wilderness risponde il Cai, per bocca del presidente Annibale Salsa: «Il problema non è il no ma il come — dice —. La natura da sempre è addomesticata; occorre individuare il limite da non valicare». Dal fronte del pragmatismo spinto, invece, c’è chi teme che il marchio Unesco freni lo sviluppo. Su tutto, domina l’orgoglio ritrovato dell’unità di intenti di 5 province diverse (si pensi all’invidiata autonomia speciale del Trentino Alto Adige), che sperimentano un metodo condiviso. E il sindaco di Cortina, Andrea Franceschi, fuori dal convegno ripropone il tema della tangenziale che aveva acceso gli animi di ampezzani e villeggianti: accantonato il vecchio progetto, se ne attende uno nuovo dall’Anas, a basso impatto ambientale.

Marisa Fumagalli

Dal Trentino, 1/3/2009
A Cortina presentata ieri la piattaforma alpina per valorizzare la specificità delle Terre alte
Prove di «Regione Dolomitica»
Summit in tono minore: assenti Dellai e Durnwalder

«Dovrà servire ad aiutare la popolazione»
FRANCESCO DAL MAS

CORTINA. Una Regione Dolomitica per gestire il “Patrimonio dell’umanità” presto riconosciuto dall’Unesco. Ieri il varo della «piattaforma alpina». Primo passo di «Una Regione che sulla base delle esperienze già fatte dalle Province di Belluno, Trento, Bolzano, Pordenone e Udine – ha detto il presidente della Provincia di Belluno Reolon – è pronta a decollare».
Reolon ha parlato di una regione non istituzionalizzata capace di armonizzare le politiche e l’azione amministrativa delle diverse comunità per la gestione coordinata dello sviluppo. Da qui la “piattaforma alpina” varata ieri a Cortina che ha come primo obiettivo la Regione Dolomitica, quindi con un di più di autonomia e di valorizzazione delle specificità. Obiettivo da conquistare, giorno dopo giorno, senza attendersi nulla (o ben poco) dall’alto. Chi, dunque, aveva immaginato l’appuntamento all’Alexander Girardi Hall come un momento di festa per lanciare la candidatura delle Dolomiti a Patrimonio dell’Umanità, con tanto di passerella, ha dovuto ricredersi, ha dovuto risvegliarsi dal letargo in cui stava sprofondando.
Il sindaco di Cortina, per primo, Andrea Franceschi, ha cominciato a porre l’istanza di una maggiore autonomia. Il presidente Reolon, per ultimo, ha raccolto questo testimone e l’ha rilanciato. Con un affondo di Pietro Fontanini, presidente della Provincia di Udine, che incurante di ogni diplomazia ha parlato dei ladini di cui nessuno aveva parlato ed ha aggiunto che è intorno a questa presenza, diffusa ai piedi di tutte le Dolomiti, che va riscoperta e consolidata l’anima di questa nuova regione.
Anche lui, presidente leghista, è dunque d’accordo.
Appunta Reolon: «Il cammino della riforma federale è appena iniziato, durerà a lungo e ci sarà tutto il tempo per istituzionalizzarci». Musica alle orecchie di Gigi Casanova, ambientalista tutto d’un pezzo, che già dalla fine degli anni ‘90 poneva questa prospettiva. E per chi ritiene che la protezione dell’Unesco sia solo simbolica, vale quest’affermazione di Irma Vissali, assessore bellunese, che ha introdotto l’affollato incontro di Cortina: «Il primo obiettivo che ci poniamo è di aiutare le popolazioni ad utilizzare questo bene, secondo il significato vero dell’autonomia». Il riconoscimento dell’Unesco, insomma, non come qualcosa di più ma come uno strumento perché gli abitanti delle Terre Alte si consolidino nella loro identità e, quindi, nella loro autonomia, e forti di queste radici si aprano a nuove relazioni.
La preoccupazione di Reolon, invece, è che i ladini restino ancorati eccessivamente alla conservazione di quanto di meglio (ma anche di meno positivo) hanno. Peccato che ad ascoltare queste istanze non ci fossero né Luis Durnwalder, governatore di Bolzano, né Lorenzo Dellai, governatore di Trento; i due hanno inviato i rispettivi assessori, Leitner e Gilmozzi. Mancava pure un qualsiasi rappresentante della Provincia di Pordenone. Non mancavano, invece, Giovanni Pugliesi, della commissione italiana per la candidatura dell’Unesco, Annibale Salsa, presidente del Cai, Cesare Micheletti, consulente scientifico. Tutti a condividere con il presidente Sergio Reolon che l’autonomia della montagna deve significare di fatto la rinuncia alla subalternità rispetto ai modelli esterni a quest’area, nei cui confronti ci si leva spesso il capello.
Che cosa possono insegnare quanti stanno in una dimensione orizzontale a coloro che vivono ed operano “in pendenza”? Poco per non dire niente. E così si spiega anche la necessità, anzi l’urgenza di un autogoverno. Senza aspettare, come si diceva, che qualcuno lo conceda, ma conquistandolo, problema per problema. Fontanini piuttosto che Gilmozzi provano ad indicare i temi: l’acqua, l’energia, le fonti rinnovabili, la mobilità. Passando intanto – come ancora suggerisce il presidente di Udine – alla defiscalizzazione della benzina e del gasolio.

Esercizi di traduzione

January 17th, 2009 by giovanna

Nella versione originale del film The Millionaire la frase “Aiuto sono musulmani, scappiamo” suonava così “Sono musulmani, prendeteli”. Una traduzione che crea un significato opposto e ribalta la posizione di aggressore in quella di aggredito (v. editoriale Internazionale n. 778, 2009). Questo esempio di traduzione tra lingue diverse mi permette di riprendere una recente discussione nell’ambito della nostra ricerca. Ci si interrogava sul rendering di un palazzo e sulla sua funzione di traduzione, anzi addirittura anticipazione, di un artefatto e delle pratiche che tale rappresentazione mette in atto. Che cos’è un rendering? Che cosa ci aspettiamo da questa rappresentazione?

Il problema della descrizione del territorio è effettivamente un problema di traduzione, di linguaggi. “Una mappa resta sempre un’interpretazione della realtà, e non può mai essere scambiata, pena l’occultamento delle reali ragioni che sovrastano e producono l’immagine, con la realtà stessa.” (Attili G. 2008, 45). Inoltre, “le mappe non ambiscono al compito mimetico di uniformarsi il più possibile  a ciò che esiste. Esse non fotografano passivamente il territorio, piuttosto lo reinterpretano, trasfigurandolo in immagine” (Attili G. 2008, 44).

Ma le mappe non sono l’unico modo per rappresentare il territorio, le metafore concorrono a descriverlo e a traslarne il significato. Metafore come ‘salotto buono’ o ‘bronx’ non descrivo delle parti di città, vanno oltre, le connotano, le etichettano. Sono interpretazioni molto delicate perché “orientano la lettura , e quindi la comprensione del mondo che ci circonda” (editoriale Internazionale n. 778, 2009) e producono altre rappresentazioni, narrative e pratiche.

collegamenti e interrogativi

December 23rd, 2008 by giovanna
In questi giorni nei quotidiani locali si leggono diverse lettere sui recenti cambiamenti dei servizi ferroviari, in particolare con riferimento alla soppressione dell’Eurocity Monaco-Roma.
 
Questo episodio pone alcuni interrogativi: Trento terra di passaggio per treni veloci, luogo interconnesso con altre grandi città italiane, meta verso cui si intende andare?
Qual è l’attrattività di Trento? Come conciliare il bisogno di collegamenti diretti e voloci con quello di collegare i territori montani e di fondovalle attraverso un servizio locale capillare?

Alterità e conflitti

December 16th, 2008 by francesco

“Sul mercato attuale troviamo una serie completa di prodotti privati delle loro proprietà nocive: caffè senza caffeina, crema senza grasso, birra senza alcol… E la lista potrebbe continuare: il sesso virtuale non è altro che sesso senza sesso, la dottrina Powell della guerra senza perdite umane (sul nostro fronte, ovviamente) una guerra senza guerra, la ridefinizione contemporanea della politica come arte dell’amministrazione tecnica è politica senza politica, fino al tollerante multiculturalismo liberale odierno che non è altro che un’esperienza dell’Altro deprivato della sua Alterità (l’Altro idealizzato che balla danze affascinanti ed è dotato di un olistico approccio alla realtà perfettamente ecologico, mentre altri aspetti – come il fatto che picchia la moglie – vengono sistematicamente tralasciati).”

Žižek, Slavoj; Benvenuti nel deserto del reale, Roma: Meltemi, 2002

http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/immigrati/cucina-lamentele/cucina-lamentele.html?ref=hpspr1

A proposito di urbanizzazione del conflitto

December 10th, 2008 by claudio

Oggi sciopero generale in Grecia, dopo i funerali di Alexander Grigoropoulos, il manifestante quindicenne assassinato sabato 6 dicembre da un poliziotto nel quartiere di Exarchia ad Atene.

Urbanizzazione del conflitto

December 10th, 2008 by giovanna

Saskia Sassen in un recente editoriale su Internazionale (n. 773 del 2008) sostiene che nella tragedia di Mumbai si vede il futuro del pianeta. In particolare Sassen fa notare il carettere urbano dei recenti conflitti.

“Un effetto delle  nuove guerre asimmetriche è l’urbanizzazione dei conflitti. In passato nelle guerre convenzionali gli eserciti si affrontavano su grnadi spazi aperti. Oggi quando uno stato entra in guerra per ragioni di sicurezza nazionale, le sue città diventano il fronte principale”

Perchè?

Perchè le città sono diventate estremamente vulnerabili e hanno perso la capacità di mediare i conflitti attraverso funzioni economiche e sociali.

“Le conseguenze di tutto questo si sentiranno soprattutto nelle città, perchè dipendono da sistemi complessi (ospedali, grandi reti fognarie, colossali sistemi di trasporto sotterraneo, reti elettriche), a loro volta controllati da sistemi computerizzati e quindi vulnerabili”

Responsabilità. Letture recenti e passate

November 19th, 2008 by giovanna

 

E’ uscito per Feltrinelli il libro L’uomo artigiano di Richard Sennett, sociologo americano, professore alla London School of Economics. L’espressione ‘uomo artigiano’ non sottintende un nostalgico ritorno al passato, alla figura dell’artigiano che praticava lavori manuali bensì un impegno nel fare da parte delle figure professionali contemporanee. Questa espressione rinvia a un’etica del lavoro che presuppone una responsabilità del fare, un’attenzione alle implicazioni del proprio lavoro, non solo all’aspetto tecnico. (v. intervista all’autore sul Corriere della Sera, 14 novembre 2008)

 

In ambito urbano Sennett aveva già affrontato il tema della responsabilità nel libro Usi del disordine. Identità personale e vita nella metropoli, (Costa & Nolan, 1999). In questo saggio di sociologia urbana, uscito agli inizi degli anni Settanta si trovano spunti ancora oggi interessanti sulla gestione della complessità urbana, del disordine appunto.

 

Sennett invoca una riduzione delle forme di controllo centrale, ad esempio da parte della polizia e una maggiore responsabilità individuale che presuppone l’esplorazione dell’alterità, il confronto con la diversità.

“Un potere davvero decentrato, in modo che l’individuo abbia a che fare con gli altri attorno a lui in un ambiente diversificato, implica un cambiamento nell’essenza del controllo comunitario, vale a dire nel rifiuto di regolare il conflitto. Per esempio, il controllo da parte della polizia di molto del disordine civile dovrebbe essere puntualmente limitato; la responsabilità di pacificare i problemi di vicinato dovrebbe ricadere su tutte le persone coinvolte” (p. 153)

 

“Quando si elimina un uso predeterminato attraverso la ripartizione in zone, il carattere di un’area vicina dipenderà dai legami specifici e dalle alleanze delle persone all’interno dello spazio stesso ; la sua natura sarà determinata  da atti sociali e il peso di quelle azioni nel tempo come storia di comunità. L’”immagine” della pre-pianificazione delle zone residenziali non sarebbe definibile dalla mappa di un urbanista; dipenderebbe da come gli abitanti del quartiere attuano il confronto.” (p. 135)

 

La continua ridefinizione degli spazi urbani attraverso le pratiche degli abitanti e la messa in discussione delle politiche pubbliche e della pianificazione urbanistica sono questioni affrontate recentemente anche da Biondillo in Metropoli per principianti (Guanda, 2008) e da LaCecla in Contro l’architettura (Bollati Boringhieri, 2008).

20 tesi sulla sovversione della metropoli

November 19th, 2008 by claudio

qui le altre 19

TESI 1. Definiamo metropoli quell’insieme compatto di territori e di dispositivi eterogenei attraversato in ogni punto da una sintesi disgiuntiva; non vi è alcun punto della metropoli, infatti, in cui allo stesso tempo non sia diano potenzialmente comando e resistenza, dominio e sabotaggio. Un processo antagonistico tra due parti, la cui relazione consiste nell’inimicizia, innerva totalmente la metropoli. Da un lato essa consiste, fedele alla sua etimologia, nell’esercizio di un comando che si irradia su tutti gli altri territori – per questo ovunque vi è della metropoli. Essa è lo spazio in cui e da cui l’intensità e la concentrazione dei dispositivi dell’oppressione, dello sfruttamento e del dominio si esprimono al loro massimo grado ed estensione. Nella metropoli collassano e finiscono la città e la campagna, la modernità e le seconde nature. Nella metropoli l’industria, la comunicazione e lo spettacolo fanno un tutt’uno produttivo, laddove al governo è demandato il compito di connettere e controllare la cooperazione sociale che ne è alla base per poi poterne estrarne plusvalore attraverso gli apparati biopolitici. Dall’altro lato, essa è l’insieme dei territori in cui una eterogeneità di forze sovversive – singolari, comuni, collettive – riesce a esprimere il livello tendenzialmente più organizzato e orizzontale di antagonismo al comando. Non vi sono luoghi e non-luoghi nella metropoli: vi sono territori occupati militarmente dalle forze imperiali, territori controllati dal biopotere e territori che entrano in resistenza. A volte, molto spesso, accade che queste tre tipologie di territorio si attraversino l’un l’altro, altre volte che l’ultimo si separi dagli altre due e altre ancora che esso entri in guerra contro di loro. La banlieue è emblematica di questo “terzo” territorio: ma se vi è ovunque della metropoli, è anche vero che ovunque vi è della banlieue.

Nell’estensione metropolitana della vita comune vive l’intensità dell’immaginazione rivoluzionaria del comunismo che viene.